Da Bergman a Lynch, domani il grande cinema è alla sala Estense di Ferrara
Al mattino colazione e “Fanny e Alexander”, dalle 21 “Inland Empire” con introduzione del critico Massimo Alì Mohammad
Ferrara Doppio appuntamento con il grande cinema domani, domenica 25 gennaio, alla sala Estense di Ferrara (piazza Municipale). Si comincia al mattino con “Fanny e Alexander” di Ingmar Bergman, proposto per l’occasione in una nuova versione restaurata 4K. Biglietteria aperta dalle 9.30 e proiezione dalle 10. La colazione sarà offerta dagli organizzatori. C’è un motivo semplice per cui, quando si parla di Bergman, la parola “maestro” non suona come un riflesso automatico: nel suo cinema il dramma privato diventa materia pubblica, quasi un esercizio di precisione sul rapporto tra corpi, potere, famiglia, fede, desiderio.
Tra i massimi protagonisti del cinema europeo, Bergman richiama, come nuclei ricorrenti, il conflitto generazionale, il silenzio di Dio, l’incomunicabilità, la crisi dei legami. “Fanny e Alexander” è una delle sue opere più ambiziose e accoglienti insieme: un romanzo di formazione travestito da affresco familiare, dove l’infanzia non è mai "decorazione" ma campo di battaglia tra immaginazione e disciplina, calore e dogma. Nel 1984 il film ha ottenuto quattro premi Oscar, confermando la sua centralità anche oltre la storia del cinema europeo.
Alla sera
La speciale domenica proposta dal cinema Boldini (Arci Ferrara) prosegue alle 21 con “Inland Empire” di David Lynch, in nuova versione restaurata 4K: è l’ultimo appuntamento della rassegna esclusiva per Ferrara “The Big Dreamer – il cinema restaurato di David Lynch”, promossa da Cineteca di Bologna e Lucky Red, a un anno dalla scomparsa del regista. La serata sarà introdotta dal regista e critico cinematografico Massimo Alì Mohammad. “Inland Empire” è, letteralmente, un film che comincia dichiarando il proprio dispositivo: la luce del proiettore, il suono di un giradischi, la promessa – subito contraddetta – di uno spettacolo “classico”. Poi Lynch sposta il terreno sotto i piedi: abbandona il 35mm per un’immagine in DV, ruvida e limpidissima insieme, e ci costruisce sopra una libertà nuova, quasi artigianale, da uomo solo al comando.
È un ritorno all’ossessione felice di fare tutto, di controllare ogni nervatura del film, come in un laboratorio personale; un’opera che non chiede allo spettatore di “capire” subito, ma di attraversare, di sentire prima di ricomporre.
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