Celestini porta a Ferrara le periferie: «Racconto i poveri dei nostri giorni»
Da venerdì a domenica al Teatro Comunale Abbado c’è “Rumba”
Ferrara Ascanio Celestini torna protagonista al Teatro Comunale Abbado (corso Martiri della Libertà, 5) con “Rumba. L’asino e il bue del presepe di San Francesco nel parcheggio del supermercato”. Lo spettacolo, in scena oggi e domani alle 20. 30 e domenica alle 16, fa seguito a “Laika” e “Pueblo”. In vista della tappa ferrarese Celestini si racconta ai lettori della Nuova, parlando sia dello spettacolo sia della ricerca e del percorso che lo hanno portato a scriverlo e interpretarlo.
In “Rumba” trasporta il presepe di San Francesco in un parcheggio di periferia. Qual è stato il legame più significativo che ha voluto creare tra quell’immagine originaria e le marginalità contemporanee?
«Il legame è suggerito direttamente da San Francesco. Nel 1223 rappresenta il presepe a Greccio, un borgo di povera gente nell’alto Lazio. Ma non è una messa in scena con i personaggi ai quali siamo abituati. Lui vuole mostrare la povertà di Betlemme, raccontare che Gesù è nato povero tra i poveri. E se Betlemme è povera come Greccio: nella notte di Natale Gesù può nascere anche tra quella gente. Così nel mio racconto è possibile che nasca anche in una periferia abitata dai poveri dei nostri giorni».
Questo spettacolo è il terzo capitolo di un percorso iniziato con “Laika” e “Pueblo”. Come si è evoluto il suo approccio alla narrazione delle periferie e della società in questi anni?
«Non è cambiato molto nelle periferie e non cambia il mio racconto. Io raccolgo storie e racconto storie. Tra le prime e le seconde ci metto un po’ di utopia, magari anche un po’ di rabbia e sicuramente la voce. Non perché un senzatetto romano o una prostituta senegalese non abbia una voce o non provi rabbia, ma perché il mio mestiere è raccontare. Il mio compito è trovare le parole per restaurare le loro storie e rimetterle in circolazione come un meccanico con una automobile rotta».
L’impianto scenico di “Rumba” è volutamente sobrio. In un’epoca in cui siamo bombardati dalle immagini, pensa che musica e parole siano in grado di guidare da sole l’immaginazione del pubblico?
«Le immagini sulle quali lavoro non sono oggetti che stanno fisicamente sulla scena come un fondale dipinto o una stanza ricostruita nei dettagli con sedie, tavoli, bicchieri eccetera. Le immagini nel mio teatro sono quelle che produciamo noi raccontando e che produce lo spettatore immaginando. L’oggetto immaginato dallo spettatore è sentito molto di più rispetto a un bell’oggetto che prepara per lui uno scenografo».
In scena ci sono la fisarmonica di Gianluca Casadei, la voce di Agata Celestini e le immagini di Franco Biagioni. Come si costruisce il dialogo tra narrazione, musica e immagini nel suo teatro?
«Accolgo gli spettatori come fossero invitati a casa mia. In questa casa ci sono le cose che ho messo da parte nel corso del tempo. Proprio come nelle case che tutti abitiamo. È il tempo e i suoi aggiustamenti quotidiani a costruire un dialogo».
“Rumba” affronta disuguaglianze, povertà e dignità umana. Quale ruolo ritiene che il teatro possa avere oggi come spazio di coscienza critica e partecipazione civile?
«Il teatro è inevitabilmente un luogo nel quale le persone si incontrano fisicamente. E tutte per lo stesso motivo: assistere allo spettacolo. In una società dove tutto è spezzettato e le persone credono di stare al centro del mondo, ma si relazionano quasi sempre (e volentieri) da lontano e in maniera virtuale: fatalmente il teatro diventa uno dei pochi momenti veramente politici e coscientizzanti».
Guardando al presente, qual è la riflessione principale che spera il pubblico porti con sé dopo aver visto “Rumba”?
«Spero che esca dal teatro col bisogno di fare manutenzione della propria umanità. Andiamo dal medico e facciamo attività fisica per curare la salute, compriamo un libro per la nostra cultura, facciamo rifornimento di benzina per fare un viaggio, mangiamo per fame o per gusto… ma in ogni caso siamo clienti. Paghiamo per ottenere qualcosa. Ma ci chiediamo sempre meno spesso “cosa faccio gratuitamente per gli altri?”».
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