Ferrara, Lavia in scena al Comunale: «Servono attori giusti, qui ci sono»
Sabato alle 20.30 e domenica alle 16 c’è “Lungo viaggio verso la notte”
Ferrara Oggi alle 20.30 e domani alle 16 sul palco del Teatro Comunale Abbado di Ferrara (corso Martiri della Libertà, 5) va in scena “Lungo viaggio verso la notte” di Eugene O’ Neill, considerato uno dei vertici assoluti della drammaturgia del Novecento. Regista e protagonista dello spettacolo è Gabriele Lavia, icona del nostro teatro, che oggi alle 18 incontrerà il pubblico al Ridotto e dialogherà con Francesco Dondi, caporedattore della Nuova. L’opera, scritta tra il 1941 e il 1942 come dolorosa resa dei conti dell’autore con il proprio passato e premiata nel 1957 con il Pulitzer per la drammaturgia, porta in scena la casa dei Tyrone, famiglia segnata da dolori, incomprensioni, rancori e dipendenze, trasformata in una vera prigione emotiva dove affetti e ferite aperte convivono.
Lavia, partiamo dal suo personaggio: come gli ha dato vita?
«Onestamente non lo so, ci ho provato. A volte viene un po’ meglio, a volte viene un po’ peggio. È un testo che avevo in mente da diverso tempo e poi quest’anno mi è sembrato che fosse maturato il momento giusto per farlo. Si fanno le prove, si lavora e a un certo punto le prove, purtroppo, finiscono e bisogna andare in scena».
Quanto è stato importante il lavoro con gli attori?
«La cosa più importante è scegliere gli attori giusti. Mi pare che per questa volta gli attori che hanno lavorato con me siano persone particolarmente sensibili per il ruolo. Raramente ho avuto attori così giusti e anche se non sono molti è proprio per questo che il lavoro è stato bello da fare e lo spettacolo, finora, ha incontrato il favore degli spettatori».
Come ha costruito i ritmi e le pause di un dramma così denso?
«Quando mi siedo al tavolino so già tutto, perché non sono estroso. Si capisce quando uno spettacolo è stato preparato o è stato messo su “alla come viene viene”, come diceva Peter Brook. Io non sono capace di farlo così. Certo, a volte può venire bene, ma ci vuole un grande talento».
Come si scatena la crisi familiare?
«Qui si tratta di una crisi di una famiglia che ha la figura femminile principale, la madre, che è una morfinomane, quindi è un caso estremo. La questione è capire se e perché la madre sia diventata tossicodipendente. Per O’ Neill è stato il teatro a rovinare la vita di questa donna».
C’è un legame con i rapporti familiari di oggi?
«Qualcuno magari ce lo può trovare. Sono rapporti familiari, rapporti tra fratelli, tra figli e padre, tra figli e madre e anche qualcosa fuori dalla famiglia. La grandezza del testo è che l’autore prende la storia e la chiude dentro una famiglia, dentro una stanza, dentro un luogo».
Se dovesse invitare i ferraresi a teatro cosa direbbe?
«Non sono bravo a fare queste cose. Le persone si dividono in coloro che non vanno a teatro e in coloro che ci vanno. In questo caso posso dire che troveranno dei collaboratori eccellenti grazie ai quali ho creato uno spettacolo di cui sono contento: c’è stato un amore e un impegno particolarissimo da parte di tutti».
Per info: tel.0532.202675.l
