Ferrara, Czertok ricorda l’Argentina: «Il dolore è un’impronta che resta»
“I giorni del condor”, una giornata per non dimenticare e riflettere sull’oggi
Ferrara Domani (30 marzo) alle 9.30 all’università di Ferrara si terrà “I giorni del condor. Memorie a 50 anni dal colpo di Stato civico-militare in Argentina”, un appuntamento dedicato alla memoria della dittatura iniziata il 24 marzo 1976 e alle sue ferite ancora aperte. L’incontro, ospitato dal dipartimento di Giurisprudenza (corso Ercole I d’Este, 46, aula 7), riunirà voci diverse ma accomunate dall’urgenza di tenere vivo il ricordo. Tra i vari interventi anche quello di Horacio Czertok, cofondatore del Teatro Nucleo ed esule argentino. A coordinare i lavori sarà Alessandra Annoni.
L’iniziativa nasce anche dal dialogo tra il Centro studi giuridici europei sulla grande criminalità e il Teatro Nucleo, intrecciando ricerca, testimonianza e teatro. Per Czertok quella memoria non appartiene solo al passato: attraversa il presente, perché il dolore, dice, non sparisce con il tempo ma resta come un’impronta. Nel suo racconto, il sequestro subito nel 1974 e l’esilio in Italia diventano il punto di partenza di una riflessione più ampia sulla repressione argentina, sui desaparecidos e sulla necessità di non lasciare soli i giovani di allora e di oggi.
Il sequestro nel 1974 poi l’esilio in Italia. Horacio, c’è qualcosa di quei giorni di cui fa ancora fatica a parlare?
«Si fa sempre più fatica, il dolore resta come un’impronta. Uno impara a non lasciarsi schiacciare e diventa stimolo per andare avanti. Dopo il sequestro, abbiamo lavorato due anni in Argentina finché il golpe dei generali rese tutto impossibile. Non ci si accorse subito del massacro: sequestri quotidiani di ragazzi che non avevano nulla a che fare con attività terroristiche o militari, uccisi o gettati in mare con le mani legate col filo di ferro. Generò terrore, nessuno parlava. Ho dovuto lasciare il paese assieme alla mia compagna, trovando a Ferrara un progetto umanistico».
Quindi l’università può avere un ruolo forte nel tenere aperta la questione, anche sui nuovi autoritarismi e crisi democratiche?
«Assolutamente sì, ma ci sono sempre nuove forme ed è sempre la stessa bestia».
Vedendo quello che succede nel mondo, in particolare in America, c’è preoccupazione?
«C’è da preoccuparsi: gli Usa sono potenti: se un paese è in grado di mobilitare in poco tempo undici portaerei mostruose qualche domanda dobbiamo farcela. L’America è la stessa di sempre: ha interferito in tutte le questioni internazionali: dal golpe in Iran nel ’53 allo scià, all’America Latina che usa come cortile di casa, all’Italia con la Cia. La differenza rispetto al passato? Adesso lo fanno alla luce del sole, ma il bottone atomico resta un limite».
Visto il riferimento a “Herodes”, che anticipava tortura e terrore, se rimessa in scena oggi cambierebbe qualcosa o lo lascerebbe identico per il pubblico del 2026?
«Su Youtube c’è un frammento del 1968-1969 filmato dalla Rai. Era forte e violento, ma poco efficace: provocava reazioni oltre la sensibilizzazione. Abbiamo imparato forme nuove, come la Commedia dell’arte nelle piazze che va diretta al cuore e allo stomaco, comprensibile a tutti, come abbiamo fatto con Don Chisciotte e San Francesco. Aristotele parlava di catarsi che porta lucidità».
Una delle forme più belle della democrazia è il referendum, segno di partecipazione attiva. È rimasto sorpreso dal risultato del referendum, con tanti giovani al voto?
«Devo dire che è stata davvero una bella sorpresa. Non andare a votare per me significa abbandonare la democrazia. In Argentina ho votato una volta sola, qui sempre. I giovani si sono informati e hanno deciso in libertà: anche il voto di pancia va bene, l’importante è prendere coscienza dei diritti, che sono doveri. Quando te li tolgono un pezzo alla volta, è ormai troppo tardi».
