Da Al Bano a De André, il batterista ferrarese Bandini si racconta
Ellade Bandini e “L’Elliade”. Venerdì da Libraccio la presentazione
Ferrara A Ferrara, Ellade Bandini è una presenza discreta, ma costante. Non serve alzare il volume per riconoscerlo: basta ascoltare come entra, il timing e cosa decide di non suonare. Batterista tra i più raffinati del panorama nazionale, non è soltanto un artista d’eccezione, ma un narratore capace di trasformare ogni brano in racconto. Nel tempo ha lavorato con artisti che hanno scritto la storia della musica italiana: Guccini, De André, Conte, Mina, Celentano, Bennato, Dalla, Al Bano.
Contesti diversi, richieste spesso opposte: eppure il suo modo di stare nello spazio musicale è riconoscibile, mai invadente e, di certo, raramente prevedibile. Ora questa traiettoria prende la forma di un libro, “L’Elliade”, edito da Arcana, dove al memoir si intreccia la carriera senza troppe dichiarazioni solenni. Perché come ci insegna Diego De Silva, che cura l’introduzione, Ellade, seppur “custode e artefice invisibilmente onnipresente di centinaia di brani indimenticabili”, “come tutte le persone autentiche è abituato a non darsi importanza”. Più che ripercorrere una carriera già celebrata, ho voluto incontrarlo “nella sala di destra del Brindisi, tra tutti gli strumenti, lì mi piace” (perché il “suo” Dancing La Taverna in via Pomposa non esiste più) per farmi guidare nel backstage di tutti quei dettagli invisibili, che determinano la differenza tra un buon batterista e una voce autentica dello strumento.
Partiamo subito dalla sua epica personale, “L’Elliade”, uscito venerdì scorso. Sua madre, i palchi, gli incontri. Nel riordinare i ricordi, hai scoperto una nuova versione di te?
«Come ho scritto nel libro, fin da bambino non mi sono mai sentito a mio agio con l’italiano. Nato a Ferrara da genitori parmigiani, il dialetto che parlavo era povero di vocaboli. Da giovane leggere mi annoiava, anche nei fumetti guardavo solo le figure. Iniziai a scrivere nei primi anni Settanta, ma la grammatica era un disastro. Non avevo mai pensato di scrivere un libro: tutto cominciò prima del Covid come diario per non dimenticare».
Metà anni ’60: Otis Redding, Aretha Franklin. Più che i frontman, quanto l’hanno formata batteristi come Al Jackson Jr. o Roger Hawkins?
«Hai azzeccato in pieno i batteristi che sostituirono i miei idoli: D. J. Fontana, Fats Domino e Gene Alden dei “The Champs”, il mio preferito. Negli anni’60 ascoltavo Ringo Starr, il migliore. La “black music” del 1966 cambiò il mio gusto musicale. Il suono di quei batteristi era pieno di anima e grintoso, al servizio della Musica. Adoravo Al Jackson Jr con Otis Redding e Booker T. & M. G. ’s; a volte preferivo Elbert “Woody” Woodson, più vicino al jazz. Roger Hawkins era il mio preferito. Rimasi sorpreso scoprendo che il batterista di Aretha Franklin, Percy Sledge e Wilson Pickett era un bianco dell’Indiana di 22 anni. Il suo suono è ancora attuale e mi ha influenzato molto».
Nei suoi ricordi Luigi Tenco è una figura magnetica. Cosa le è rimasto di quelle notti?
«Ero troppo giovane per godere degli incontri con artisti, che negli anni ho potuto apprezzare in toto. Nei night club si bevevano le stesse cose dei dancing, ma costavano di più e le ragazze alcolizzavano di nascosto le piante con lo champagne. Anche la notte con Luigi Tenco non fu da meno: dopo un Festivalbar a Salsomaggiore Terme scese nel locale dove suonavo. Affascinante e a disagio, fece capire che quell’ambiente non gli piaceva. Una notte di spaghetti e bevute con uno degli artisti più solitari, mentre le donne lo divoravano con gli occhi per il suo modo misterioso».
Parla della semplicità di Al Bano e Romina. Ha suonato con loro in tour dal 1976 al 1981. Addirittura in Cile ai tempi della dittatura, Giappone, Australia, contesti complicati.
«Il periodo con la famiglia Carrisi è stato uno dei più belli della mia vita. Viaggiavamo in tutto il mondo. Eravamo davvero una famiglia. Al Bano è determinato, coraggioso e con volontà ferrea; non molla davanti alle difficoltà. In viaggio era una sicurezza: se c’erano problemi sapeva sempre come risolverli, e di cose ne ho viste».
E veniamo al rapporto con De André dal 1984 al 1998: il tour “Le Nuvole” e la realizzazione di “Anime Salve”.
«Ho iniziato con Fabrizio nel 1984 per il tour di “Creuza de ma”, per caso. Con lui nacque grande rispetto: sono uno dei pochi a non averci mai litigato. Persona difficile, alternava aggressività e inspiegabile generosità. Ricordo il suo lato divertente durante le cene e la soddisfazione ascoltando in studio “Anime salve”. Durante i concerti, invece, la preoccupazione di non soddisfare il pubblico lo rendeva violento e intrattabile. Non rifarei quattordici anni sul palco con lui, ma gli sarò sempre grato per avermi permesso di esserci: mi manca molto».
Il sodalizio con Ares Tavolazzi è come quelli che nascono scuola. Che tipo di dialogo c’è tra basso e batteria?
«Il basso è il sangue che fa pulsare la batteria, il cuore. Decisivo per armonia e ritmo, la batteria diventa affascinante quando rende melodico il fraseggio. Ares è straordinario e riconoscibile. Suonando insieme ci mettiamo a nostro agio per divertirci: è così che funziona».
Infine: cosa è rimasto fuori da “L’Elliade”? Possiamo sperare in un racconto che non ha inserito e che riserverà per chi verrà alla presentazione del 3 aprile al Libraccio?
«Ne “L’Elliade” non c’è tutto, ma un po’ di tutto, come dire… un antipasto dietetico vegano. Gli aneddoti sono tanti, ma basta solo chiedere che escono numerosi come api disturbate dal loro alveare».
