“Notre Dame de Paris” a Ferrara, Giò Di Tonno racconta Quasimodo
Il musical fino a domenica in piazza Ariostea. Il protagonista: «Oggi più che mai va data dignità a questo personaggio»
Ferrara Dopo le prime repliche di ieri e mercoledì, prosegue fino a domenica in piazza Ariostea l’opera popolare “Notre Dame de Paris”, ultimo appuntamento del Ferrara Summer Festival. A interpretare Quasimodo, fin dal debutto italiano del 2002, è Giò Di Tonno, che racconta ai lettori de la Nuova Ferrara il significato di un personaggio diventato simbolo di inclusione e il segreto del successo di uno spettacolo che continua a emozionare intere generazioni.
Quasimodo è un personaggio simbolo della diversità e dell’emarginazione. Come ci si confronta con questo ruolo?
«Oggi più che mai è un personaggio al quale va data grande dignità. Noto che ancora oggi esiste una forte discriminazione verso chi è diverso. Viviamo in un mondo che ci vuole sempre più omologati e chi soffre fatica a emergere. Invece di accogliere e aiutare, spesso ci si allontana. Lo vediamo ogni giorno, soprattutto sui social, che sono lo specchio della società. Per questo uno spettacolo come “Notre Dame de Paris”, che lancia un messaggio positivo, è ancora attualissimo».
Impersona Quasimodo dal 2002. Come è cambiata la sua interpretazione in questi anni?
«Lo affronto con molta più consapevolezza e maturità. All’inizio ero concentrato soprattutto sul renderlo credibile nei movimenti, nella vocalità e nell’aspetto estetico. Oggi mi interessa molto di più il suo valore etico. È qui che emerge l’importanza sociale del teatro e anche la responsabilità che abbiamo noi attori. “Notre Dame de Paris” può sembrare uno spettacolo leggero, ma il messaggio che porta ha un peso enorme».
State affrontando una tournée di oltre 200 repliche. Cosa cambia tra una piazza estiva e un palazzetto?
«I palazzetti non sono spazi progettati per il teatro musicale e quindi risentono di limiti acustici e di visibilità. All’aperto, invece, d’estate si crea un’atmosfera diversa. C’è una maggiore vicinanza tra le persone e una voglia di condividere una serata insieme. Dopo il Covid questa esigenza è diventata ancora più forte. Le due ore e mezza che il teatro regala al pubblico, permettendo di staccare dai problemi quotidiani, sono qualcosa di davvero prezioso».
Lavorate a stretto contatto con Riccardo Cocciante. Com’è il rapporto con lui?
«Riccardo è una persona molto generosa, che si è sempre messa al nostro servizio e continua a darci consigli preziosi. Io ho imparato tantissimo anche solo osservandolo. Quando lavori con artisti di questo livello devi essere una spugna e cercare di assorbire tutto quello che puoi. Per Quasimodo mi ha plasmato in maniera decisiva, perché aveva un’idea molto precisa del personaggio».
Nello spettacolo il lavoro fisico è intenso quanto quello vocale. Come si prepara?
«Serve tanta disciplina. Ogni giorno facciamo vocalizzi, riscaldamento e allenamento fisico, perché sostenere questi ritmi è impegnativo. La vita da rocker, per chi fa teatro musicale, è praticamente impossibile. Molti di noi seguono anche un’alimentazione rigorosa, io invece sono molto goloso e Ferrara, con la cucina emiliana, è una tappa che apprezzo particolarmente».
Il vostro pubblico comprende spettatori di ogni età. Qual è il segreto di questo successo?
«Credo che sia uno spettacolo senza tempo. Le musiche di Riccardo Cocciante sono intergenerazionali perché non sono nate seguendo una moda del momento, ma da una sua ispirazione personale. Inoltre lo spettacolo è rimasto fedele all’originale: le basi sono ancora quelle del debutto, con soltanto piccoli aggiornamenti alle luci, alle coreografie e ai costumi. Questa coerenza ha creato un legame fortissimo con il pubblico, che si tramanda di generazione in generazione».
Non è la prima volta che vi esibite a Ferrara. Che ricordi conserva della città?
«Ferrara è una città splendida. Ho diversi amici qui e ogni volta mi piace scoprirla in bicicletta: mi trasmette una grande serenità. E poi c’è la cucina, che adoro. È una delle tappe della tournée che attendo sempre con maggiore piacere perché è una città che sa mettere a proprio agio».
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