La Nuova Ferrara

L’intervista

Arriva “A mezzanotte pensami”, il docufilm di Bertazza sulla strage del 2 agosto e sulla vittima ferrarese

Samuele Govoni
Arriva “A mezzanotte pensami”, il docufilm di Bertazza sulla strage del 2 agosto e sulla vittima ferrarese

Il regista lo presenterà domenica sera in piazza Maggiore a Bologna, 46 anni dopo i fatti

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Ferrara Per molti il suo nome è stato poco più di un’eco lontana, per tanti nemmeno quello. Vincenzo Petteni, il ferrarese morto in seguito alla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, è rimasto per quasi mezzo secolo una vittima dimenticata. Di lui si è parlato poco e ancora meno si è saputo. Ora, grazie ad “A mezzanotte pensami”, il film documentario scritto, diretto e prodotto dal regista ferrarese Paolo Bertazza, la sua storia ritrova un volto e una voce, andando oltre una scritta sbiadita su una lapide. Il docufilm sarà presentato domenica 2 agosto, alle 22, in piazza Maggiore a Bologna. In vista dell’appuntamento abbiamo incontrato Bertazza per ripercorrere la genesi di un progetto che intreccia memoria personale, ricerca storica e coscienza civile.

Come nasce “A mezzanotte pensami”?

«Nasce senza un progetto e persino senza un titolo. Da un articolo scoprii che a Ferrara riposava da oltre quarant’anni Vincenzo Petteni, vittima della strage di Bologna quasi dimenticata. Da lì è iniziata una ricerca resa possibile da Anna Chiappini, che con sensibilità e pazienza ha ricostruito relazioni, documenti e memoria».

Perché ha scelto di raccontare questa storia?

«Ho trovato incredibile che a Ferrara nessuno sapesse di lui. Ma c’era anche un’altra ragione: la strage di Bologna continua a parlare al presente. Le motivazioni della sentenza sui mandanti di gennaio 2026 hanno riaperto una riflessione sulla storia della Repubblica e sul significato di quella stagione».

Chi era Vincenzo Petteni?

«Non credo di poter dire chi fosse davvero Vincenzo: questo appartiene a chi lo ha amato. Posso però dire che emerge il ritratto di un uomo pieno di vita, innamorato della famiglia, del suo lavoro e dei suoi sogni».

La testimonianza che l’ha colpita di più?

«Quella della moglie, che ci ha permesso di avvicinarci lentamente alla sua umanità».

L’opera è firmata da lei ma in questo viaggio non è stato solo. Chi l’ha accompagnata?

«È un film nato da una squadra. Paolo Lambertini, presidente dell’Associazione familiari tra le vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 ci ha sostenuti in ogni momento. Anna Chiappini ha reso possibile la ricerca e il rapporto con familiari e amici. Alejandro Ventura ha dato al film uno sguardo poetico e una fotografia con grande sensibilità. Ariannys Di Silvestro è stata un punto di riferimento costante sul e fuori dal set: senza il loro contributo questo film non sarebbe esistito».

Senza svelare troppo, è un documentario puro o sono state ricostruite anche scene e situazioni?

«È un docufilm. Alle testimonianze si affiancano ricostruzioni che raccontano alcuni momenti della vita di Vincenzo e della vicenda della strage. Sono scene realizzate con grande attenzione alla documentazione storica, grazie anche alla supervisione di Sara Poledrelli, senza rinunciare al linguaggio del cinema».

Qual è stata la parte più difficile del lavoro?

«Conquistare la fiducia dei familiari. Dopo 46 anni il dolore è ancora vivo e riaprire quella ferita davanti a una telecamera non era scontato. Per molti mesi non sapevamo nemmeno se avremmo raccolto abbastanza materiale per realizzare il film: è stato un percorso costruito passo dopo passo, con grande rispetto».

Il docufilm sarà presentato il 2 agosto in piazza Maggiore a Bologna. Come si sente?

«Le mie emozioni in questo senso contano poco. Conta che il 2 agosto migliaia di persone ricorderanno Vincenzo Petteni e che, poco dopo la proiezione, avrebbe compiuto ottant’anni. Quello che sento è questo: vorrei che a mezzanotte pensassimo tutti a lui e gli dicessimo sottovoce: “Tanti auguri, Vincenzo”». 

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