Al Museo Archeologico le opere di Vava: «Ferrara, il mio rifugio per creare»
Fino al 20 settembre a Palazzo Costabili è visitabile “Il Sogno dell’Octopus”
Ferrara «La mia arte è esperienza, ricerca, anello di congiunzione tra varie branche del sapere. La utilizzo anche come strategia d’indagine: in passato ho lavorato a un progetto in cui ho elaborato un nuovo codice visivo per esprimere il flusso dell’energia nei processi biochimici delle cellule». È così che Valentina Rizzo, in arte Vava, descrive la propria pratica artistica. Dipinge e illustra fin da bambina, trasmettendo attraverso la sua arte emozioni, esperienze e suggestioni. Originaria di Ferrara, dopo gli studi in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze e in Illustrazione per l’Editoria presso l’Isia di Urbino, ha sviluppato una ricerca che mette in relazione arte, scienza, natura e culture. Una parte importante del suo percorso è legata ai lunghi periodi trascorsi tra Nuova Zelanda e Australia, dove ha avuto modo di entrare in contatto con le comunità indigene di quei territori e di approfondire il rapporto tra uomo e ambiente. Esperienze che sono confluite nella sua produzione artistica e che oggi trovano una sintesi nella mostra “Ngarrpiya Dreaming – Il Sogno dell’Octopus”, curata dalla stessa Vava e allestita presso il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara (via XX Settembre, 122), visitabile fino al 20 settembre prossimo.
Il viaggio di Vava verso le «Terre del Sud» inizia il 4 novembre 2019, poco prima dell’arrivo della pandemia. Doveva essere una parentesi di un anno, una fuga dalla quotidianità alla ricerca di nuovi stimoli. Non poteva sapere che sarebbe tornata in Italia cinque anni più tardi, portando con sé un’esperienza destinata a trasformare profondamente il suo modo di guardare il mondo e di dipingere. «Quello che doveva essere un anno lontano da casa si è trasformato in uno stile di vita», racconta Vava. «A ottobre 2024 sono tornata a Ferrara e ho iniziato a lavorare, fin da subito, a questo progetto». È così che prende forma un attraversamento tra identità, memoria e immaginari oceanici.
La mostra non nasce con l’intento di presentare semplicemente una serie di dipinti, ma come un ambiente immersivo capace di restituire la dimensione del viaggio. Le grandi tele diventano luoghi, memorie e incontri, costruendo una sorta di geografia interiore. La collocazione delle opere all’interno del percorso espositivo dell’Archeologico aggiunge un ulteriore livello al progetto: le grandi tele contemporanee dialogano con la memoria millenaria dei reperti custoditi a Palazzo Costabili, creando un confronto tra passato e presente, tra radici e contaminazione. «È una mostra aperta a chiunque abbia il cuore aperto a ricevere e voglia immergersi in questo sogno collettivo, indipendentemente dall’età», spiega Vava. «Attraverso la mia arte spero di trasmettere meraviglia e stupore».
A Ferragosto, in occasione dell’open studio presso il museo, l’artista ha ricevuto l’inaspettata visita dell’ex ministro dell’Istruzione, professor Patrizio Bianchi, che ha espresso un pensiero speciale: «Con grande piacere sono stato testimone della sua creatività entusiasmante». Ferrara resta un punto fermo nel percorso dell’artista, un luogo a cui tornare dopo le esperienze maturate dall’altra parte del mondo. «La città estense è per me un rifugio dove posso lavorare in tranquillità». Lo sguardo, però, continua a essere rivolto verso nuovi orizzonti. «Vorrei continuare a spostarmi e conoscere nuove realtà, per poi poterle raccontare attraverso la mia arte». E proprio a Ferrara, tra la memoria custodita dal museo e le suggestioni provenienti dalle Terre del Sud, Vava ha trovato il luogo ideale per dare forma a questo nuovo capitolo della sua ricerca. «Grazie al Factory Grisù per avermi concesso uno spazio in cui lavorare alle prime opere e grazie all’Archeologico per aver accolto questo progetto, dandomi la possibilità di portare la mia ricerca in un luogo in cui passato e presente possono incontrarsi».
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