Ferrara, Mari e il mondo di Dylan Dog: «Ho voluto farne parte da subito»
Da lettore a disegnatore, un amore che si rigenera e resiste da quarant’anni: «“L’alba dei morti viventi” fu una folgorazione, nel 1996 esordii con “Phoenix”»
Ferrara Edizioni speciali, copertine introvabili, figurine, medaglie celebrative e persino uno spettacolo teatrale. I quarant’anni di Dylan Dog stanno trasformandosi in una lunga festa che coinvolge lettori, autrici e autori dell’Indagatore dell’Incubo. Tra albi da collezione, firmacopie e incontri pubblici, per la prima volta il personaggio creato da Tiziano Sclavi approda anche a teatro: dal 22 ottobre all’8 novembre il palcoscenico dell’Eliseo di Roma ospiterà “Dylan Dog Horror Show”, scritto da Sclavi e Nicola Russo e diretto da Walter Malosti.
In questo fitto calendario di iniziative, il fumettista ferrarese Nicola Mari celebra a sua volta un traguardo speciale: trent’anni “al servizio” dell’Old Boy. Dal 1996 è infatti tra i disegnatori che danno forma alle storie del celebre indagatore. In occasione di questo doppio compleanno abbiamo parlato di Dylan Dog e di ciò che rappresenta.
Nicola, Dylan Dog ha compiuto 40 anni e continua a conquistare lettori di generazioni diverse. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Dylan Dog è un classico del fumetto e, come ogni classico, è stato rivoluzionario, ossia capace di riconfigurare i codici stabiliti, rendendo la loro fruizione inesauribile e in qualche modo immune alle pretese del tempo».
Quando è nato il suo legame con Dylan Dog e cosa rappresenta oggi per lei?
«Per me disegnare Dylan rappresenta il coronamento di un amore che è nato quando ero lettore e, come ogni amore, in grado di rigenerarsi e resistere a tutti gli altri amori possibili».
Ricorda il primo albo di Dylan Dog che ha letto? Che impressione le fece allora?
«Il primo albo di Dylan Dog che lessi fu, per l’appunto, l’albo di esordio “L’alba dei morti viventi”. L’assoluta genialità di Tiziano Sclavi nel presentare narrativamente gli eventi e l’eleganza di Angelo Stano nel rappresentarli visivamente, furono per me una folgorazione. Non avevo mai letto e visto nulla del genere e da quel momento decisi di voler entrare a far parte di quell’extramondo».
C’è stato un momento in cui ha pensato che un giorno avrebbe disegnato Dylan Dog oppure è stato un percorso inatteso?
«Come dicevo, il mio primo incontro con Dylan fu un’autentica rivelazione che orientò la mia scelta professionale: non solo decisi di intraprendere il mestiere di disegnatore, ma ero convinto di voler disegnare Dylan Dog! ».
Dylan Dog ha un’immagine molto riconoscibile. Quanto è importante rispettarne la tradizione e quanto spazio c’è invece per il proprio stile personale?
«Una delle caratteristiche di Dylan è saper ospitare i differenti stili dei diversi autori che lo interpretano. La sua coerenza e compattezza, paradossalmente, risiede proprio nella polifonia che lo contraddistingue».
Ha un albo o una storia di Dylan Dog a cui è particolarmente legato da lettore?
«Quando si ama, si ama tutto dell’oggetto del nostro amore, quindi mi risulta quasi impossibile rispondere. Ma tentando l’impossibile, da lettore, certamente il primo albo di Dylan, “L’alba dei morti viventi”, perché fu l’inizio di tutto, poi l’enigmatica e magnetica “Storia di nessuno” (43, n dr)».
E come disegnatore?
«Senz’altro “Phoenix” (123, ndr) per due motivi non trascurabili: è scritta da Tiziano Sclavi e rappresenta il mio esordio sulle pagine di Dylan. Poi c’è “La mano sbagliata” (348, ndr), che inaugura il sodalizio con Barbara Baraldi, per me molto importante sul piano professionale e artistico, che è proseguito fino al mio ultimo lavoro per Dylan, “Giù nel sottomondo” (480, ndr), in cui ho potuto confrontarmi con il tema del vampirismo a me caro, attraverso lo sguardo speciale e tutto al femminile di Barbara e delle talentuose Rita Poretto e Silvia Merricone, che hanno saputo conferire a questa tematica un’impronta inconsueta e profonda, di cui sono riconoscente alle autrici, sia da lettore che da autore».
A suo avviso perché, dopo quarant’anni, Dylan Dog continua a suscitare tanto affetto, attenzione e passione?
«Credo che il suo elisir di lunga vita sia proprio la molteplicità degli elementi che lo costituiscono, soprattutto il fatto che Dylan Dog è ancor prima che un personaggio una persona, se è vero che siamo fatti tutti della stessa materia dei sogni».
C’è qualche aneddoto o curiosità legata al suo lavoro su Dylan Dog che può raccontarci?
«Mi viene in mente un periodo terribile in cui fui devastato da terribili punture su tutto il corpo infertemi dal parassita del tarlo, proprio mentre stavo disegnando una sequenza onirica in cui Dylan veniva aggredito e divorato da tarli e cimici. Una coincidenza decisamente e letteralmente dylaniata, in cui fantasia e realtà entrano in comunicazione, confondendo i piani».
Sta lavorando a nuovi progetti?
«Sono al lavoro su una nuova storia di Dylan». l
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