Paolo Calabresi protagonista a Ferrara: «Ho beffato il sistema per gioco»
Sabato e domenica sarà al teatro Nuovo con “Tutti gli uomini che non sono”
Ferrara Una clamorosa beffa a San Siro spacciandosi per Nicolas Cage, accolto con tutti gli onori nella tribuna d’onore del Milan e poi ancora John Turturro, Marilyn Manson, cardinali e dignitari africani. Trasformazioni reali, documentate da filmati dell’epoca e finite per travolgere la sfera privata. È il cuore di “Tutti gli uomini che non sono”, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Paolo Calabresi (il Biascica di Boris, ndr) – tratto dal suo omonimo libro – in scena al teatro Nuovo di Ferrara sabato alle 21 e domenica alle 16.30. Sul palco, insieme all’attore romano, Carolina Di Domenico nei panni della moglie Fiamma, per una commedia-verità che intreccia risate, memoria e un’indagine profonda sul senso dell’identità.
Nel teatro la finzione è dichiarata. Qui invece proietta le prove di inganni riusciti nella vita reale. Che effetto fa rivedersi oggi?
«Sono passati venticinque anni da quelle vicende. Riaprire quel cassetto non solo di ricordi, ma di filmati, mi ha sconvolto. Mi ha riportato indietro allo stato d’animo che vivevo allora: una follia nata dalla sensazione di non avere più nulla da perdere».
Come è nato il tutto?
«Tutto scaturì da lutti ravvicinati: persi entrambi i genitori a dieci giorni di distanza e poco dopo Giorgio Strehler, il maestro che mi aveva formato. Tutto iniziò per caso: volevo solo vedere la Roma a Milano mentre lavoravo con Ronconi. Chiesi i biglietti a nome di Nicolas Cage, senza l’intenzione di travestirmi. Ma fu la macchina mediatica del Milan berlusconiano ad abboccare e annunciare il divo».
E poi cosa accadde?
«A quel punto scelsi di andare fino in fondo con occhiali scuri e amici spacciati per guardie del corpo. Da lì è partita una giostra assurda in cui io ero solo contro tutti».
Ha anticipato l’epoca delle fake news e dei deepfake…
«Oggi non distinguiamo più una foto vera da una finta. Le mie erano provocazioni, ma quel trend nasceva allora, con i primi reality e le costruzioni spacciate per verità. Mi piaceva fare il “bug” in un sistema già corrotto, dove non si cercava la realtà ma solo l’apparenza. Io ho rovesciato il gioco: non la televisione che fa scherzi ai singoli con mezzi milionari, ma un singolo senza risorse che beffa il sistema».
In scena Carolina Di Domenico interpreta sua moglie Fiamma. Come avete trovato la giusta sintonia?
«Trovare la persona adatta è stato difficile. Carolina non è un’attrice di professione, è una conduttrice radiofonica e televisiva bravissima, ma io cercavo proprio una “non attrice”. Riesce a essere vera, spontanea e priva di sovrastrutture: proprio ciò di cui avevo bisogno per questo racconto».
Il pubblico la associa inevitabilmente ad Augusto Biascica della serie “Boris”. Quanto è ingombrante quella maschera?
«È un ingombro enorme, ma per nulla fastidioso. A Biascica darei ancora più spazio, gli sono affezionatissimo. È un personaggio amatissimo perché racchiude una contraddizione vivente: un uomo dolcissimo intrappolato in un corpo e in modi apparentemente violenti, pieno di insicurezze. Con il cast diciamo sempre che dovremmo fare Boris una volta all’anno come cura termale».
Togliendo tutti i travestimenti, chi è davvero Paolo Calabresi?
«Vengo da una scuola dove mi hanno insegnato che recitare è solo il gioco di far finta. Non credo agli attori che dicono di diventare i propri personaggi: l’immedesimazione più alta si ottiene mantenendo il distacco. Fuori dalla scena sono un padre di quattro figli con una vita normalissima».
Per info: tel. 377.5734903.l
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