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Caso Balbo, il senatore Balboni (FdI): «Non fu solo squadrismo, ma si oppose a Hitler e condannò le leggi razziali»

Caso Balbo, il senatore Balboni (FdI): «Non fu solo squadrismo, ma si oppose a Hitler e condannò le leggi razziali»

Italo Balbo come simbolo dell’identità di Ferrara ha fatto scoppiare il caso. Il senatore ne prende le difese e rimarca «il ruolo decisivo nel costruire la città che abbiamo avuto in eredità»

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Ferrara “Italo Balbo fu uno dei fondatori dello squadrismo, è vero. Fu uno dei quattro quadrumviri che guidarono la marcia su Roma, altrettanto vero. Ma Italo Balbo non fu soltanto questo. Fu molto altro”. Così Alberto Balboni, senatore ferrarese di Fratelli d’Italia sulla trattazione della figura di Italo Balbo al Festival “Ferrara città identitaria”, che si terrà domani (ore 21) alla Sala Estense e ha fatto scoppiare il caso con tanto di presidio antifascista

“Anche se molti lo vorrebbero dimenticare – prosegue Balboni –, fu il fondatore dell’aeronautica italiana, il trasvolatore celebrato in tutto il mondo, il governatore della Libia, dove fu mandato in dorato esilio da Mussolini perché lo temeva più di ogni altro. Fu uno dei pochi ad opporsi apertamente all’alleanza con Hitler e a condannare le leggi razziali, tanto che, quando vennero promulgate, volò dalla Libia a Ferrara per manifestare davanti a tutti la sua solidarietà al podestà Renzo Ravenna, che a causa di quell’infamia era in procinto di essere rimosso dalla carica. Morì a soli 44 anni, abbattuto dalla controaerea italiana per un tragico errore. Nessuno può dire quali scelte avrebbe compito, dopo la caduta del regime, nella nuova Italia democratica che, allora, nei primi anni del dopoguerra, seppe perdonare i vinti più di quanto accettano di fare oggi certi antifascisti in servizio permanente effettivo, ad oltre 80 anni dalla fine del fascismo. Basti dire che uno dei primi presidenti della Repubblica fu un ex sottosegretario di Mussolini (Giovanni Gronchi) e che il primo presidente della Corte Costituzionale fu un magistrato che aveva presieduto il Tribunale della razza, il più odioso Tribunale speciale fascista (Gaetano Azzariti). È quindi persino possibile che, abbracciata la democrazia come quasi tutti gli italiani che erano stati fascisti, Balbo avrebbe trovato il modo di rendersi utile alla ricostruzione del Paese, mettendo al servizio della Nazione le sue indiscutibili capacità. Ed è persino probabile che gli antifascisti di allora (quelli che il fascismo lo avevano combattuto davvero, a rischio della propria vita) non avrebbero disdegnato il suo contributo. Condannare Balbo alla damnatio memoriae perché partecipò da protagonista all’avvento del fascismo è pertanto semplicistico, riduttivo e quindi antistorico. Assai più utile sarebbe invece indagare la sua poliedrica personalità e, soprattutto, visto che stiamo parlando dell’identità della nostra città, ciò che evidentemente, anche in questo caso, molti vorrebbero dimenticare, ossia il ruolo decisivo che ebbe nello sviluppo della Ferrara tra le due guerre. A cominciare dalla c.d. Addizione Novecentista, da lui voluta insieme ai suoi più stetti collaboratori ed amici, tra cui figure eccezionali come Renzo Ravenna e Nello Quilici. Per non parlare della terza pagina del Corriere Padano, una delle più vivaci e libere dell’intero giornalismo nazionale, aperta alle correnti narrative e artistiche italiane, anche d’avanguardia. Ci scrivevano Papini, Bassani, Modigliani, De Pisis e tantissimi altri protagonisti assoluti della cultura e dell’arte. Che dire poi del Palio se non che senza Balbo, che lo reinventò nel 1933 in occasione delle celebrazioni ariostesche (anch’esse da lui volute), semplicemente non esisterebbe. Così come non esisterebbe l’area industriale, da lui progettata sulle sponde del Po per sfruttare l’asta navigabile del grande fiume. Un secolo fa!

Potrei continuare ancora a lungo, ma credo di aver illustrato a sufficienza il mio punto di vista. Studiare il ruolo decisivo che ha avuto Balbo nel costruire la Ferrara che abbiamo ricevuto in eredità, non significa giustificare o celebrare le sue gesta di fascista, significa soltanto non rinunciare a capire come siamo diventati ciò che siamo, seppur tra tanti errori. Significa, insomma, comprendere la Storia nella sua complessità e tralasciare la propaganda". 

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